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Tri-test

Il tri-test è un esame che permette di misurare in quale quantità sono presenti nel sangue materno (per cui è sufficiente un prelievo) alcune sostanze prodotte dal feto o dalla placenta. Di norma esso viene effettuato fra la quindicesima e la ventesima settimana (meglio se fra la quindicesima e la diciassettesima) di gravidanza. Per la comunicazione dei risultati sono sufficienti pochi giorni.
Nel caso di feti con anomalie cromosomiche (come nella sindrome di Down) o da difetti del tubo neurale (come nella spina bifida) tali sostanze sono presenti in quantità diversa rispetto ai valori normali.
La valutazione di tre parametri ormonali (alfafetoproteina, AFP; gonadotropina corionica, HCG; estriolo non coniugato, E3 FREE), combinata e computerizzata, considerando anche l’età materna e l’esatta datazione della gravidanza (definibile attraverso una valutazione ecografica), quantifica il rischio che il feto sia affetto da sindrome di Down (o altra anomalia cromosomica). Per determinare il rischio di difetti di chiusura del tubo neurale (NTD) è cruciale il valore dell’alfafetoproteina.
Il test risulta positivo (e quindi è in grado di segnalare una situazione di rischio) in più del 50% (attorno a 55%) dei casi in cui i feti hanno alterazioni cromosomiche. Questa percentuale è più alta (oltre il 90%) per la sindrome di Down. Vi sono quindi situazioni in cui il tri-test non segnala la presenza delle anomalie (in particolare esso è meno attendibile in caso di diabete materno o gravidanza gemellare) e altre in cui viene segnalato il rischio, ma ulteriori esami (amniocentesi) non lo confermano. A questo proposito è opportuna una precisazione. La positività del test è data dal fatto che il rischio è maggiore di quanto sarebbe normale, ma non dal fatto che le probabilità della presenza di un feto con anomalie sia maggiore della presenza di un feto del tutto sano. Anzi. La soglia di rischio spesso utilizzata è 1:250. Questo significa che in ben 249 casi su 250 gli esami successivi non dovrebbero confermare la presenza di un feto con anomalie genetiche. Nonostante questo, il tri-test mantiene una sua utilità, tanto più quanto più aumenta il rischio, come nei casi di 1:200 o 1:100 ecc.
Soprattutto nei casi in cui non siano presenti situazioni di rischio, come una età materna avanzata, aborti precedenti o situazioni di familiarità che fanno ritenere più probabile la nascita di bambini con anomalie genetiche, è preferibile ricorrere al tri-test. Se esso risulta negativo può infatti essere evitata l’amniocentesi.
In definitiva, almeno per quanto riguarda la sindrome di Down, la funzione fondamentale del tri-test è stabilire se è opportuna l’amniocentesi (esame molto più preciso, ma con un rischio di aborto di 1:200 circa).

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