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Domande e Risposte

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Ma lui/lei lo sa?

Ma lui/lei lo sa?
Soprattutto quando il bambino con sindrome di Down va a scuola i genitori si chiedono: “Ma sa di avere la sindrome di Down?” “Si è accorto che è meno bravo degli altri?” Molti di loro superano anche una naturale ritrosia e lo chiedono all’esperto di cui hanno fiducia.
Cosa rispondere?
Mi pare siano importanti due riflessioni.
Chiediamoci innanzitutto cosa si intende con “sa”.
C’è un sapere di cui noi stessi non siamo consapevoli. Ad esempio “sappiamo” camminare o nuotare o sciare, ma non è detto che sappiamo spiegare agli altri come si cammina e si nuota. Oppure “sappiamo” che oggi non siamo in forma, non abbiamo una buona giornata, ma “non sappiamo” bene perché. Quante volte ci è capitato di capire solo in seguito il motivo del nostro malumore?
Bene. A livello di “sapere” non consapevole il bambino con sindrome di Down sa fin da quando è molto piccolo che in tante cose è meno bravo di altri. Di norma non ci soffre più di tanto. Di sicuro meno dei genitori. A meno che non siano proprio i genitori a “contagiarlo”. E con il passare del tempo impara quasi sempre a convivere con questo suo “sapere” fatto più di sentimenti ed emozioni che di idee e parole. Le sue capacità di adattamento sono spesso molto buone. Soprattutto, come si diceva prima, se lo sono anche quelle degli adulti che gli stanno attorno.
La seconda riflessione riguarda il “sapere” come essere consapevole e saperlo anche trasmettere con le parole. Questo livello di “sapere” è molto più tardo e di norma richiede anche un certo livello cognitivo (più o meno quello che permette ragionamenti tipici dei bambini normodotati di 5 anni).
Poiché la grande maggioranza degli individui con sindrome di Down raggiunge questo livello di pensiero, ne risulta che la grande maggioranza degli individui con sindrome di Down, almeno a partire dai 10 anni (a volte anche prima) è ben consapevole delle proprie carenze. Non sempre lo dicono, perché a volte intuiscono che questo o quell’adulto non sarebbe in grado di tenere una buona conversazione su questi argomenti e “gentilmente lo risparmiano”. Poter dire che questo è dovuto alla sindrome di Down favorisce l’accettazione delle proprie difficoltà per almeno due motivi. Innanzitutto perché si riconosce che la causa non dipende dalla propria volontà o dal proprio impegno, ma da una “malattia”. Inoltre perché non si trovano soli, ma accomunati a quelli che hanno la stessa malattia, gli stessi problemi, le stesse difficoltà.
RV

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