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Domande e Risposte

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In classe o fuori?

Costantino in classe con i compagni

In classe o fuori?

A partire dagli anni attorno al 1977 (legge 517) la prassi di portare l’allievo con disabilità fuori dalla classe per attuare un insegnamento individualizzato da parte dell’insegnante di sostegno si è sempre più ridotta. Fin dai primi anni del 1980 ho espresso perplessità e preoccupazioni al proposito. Considero perciò positivamente il fatto che gli allievi con disabilità stiano il più possibile in classe assieme ai compagni.
La motivazione fondamentale che porta gli insegnanti a far uscire l’allievo dalla classe è ben comprensibile e per certi aspetti condivisibile: attuare un insegnamento individualizzato in un contesto privo di distrazioni. A ben pensare proprio considerazioni di questo tipo avevano storicamente portato alla nascita delle scuole speciali e delle classi differenziali.
Purtroppo il raggiungimento di questo obiettivo comporta alcuni aspetti negativi:

  • viene a mancare l’interazione con i coetanei, ritenuta cruciale per favorire l’integrazione (reciproca);
  • aumenta il rischio di deresponsabilizzazione degli insegnanti curriculari, in quanto si delega all’insegnante di sostegno il rapporto con l’allievo con disabilità (vedi Vianello, 1999).

 

Il confronto fra gli aspetti positivi e quelli negativi porta a ritenere che prevalgano questi ultimi. Purtroppo la scuola italiana non ha avviato iniziative volte ad attuare interventi individualizzati al di fuori dell’orario scolastico: in questo caso non vi sarebbero gli aspetti negativi di cui sopra. Spesso provvedono a questo gli stessi genitori o personalmente o attraverso giovani insegnanti privati disponibili in orari pomeridiani.
Queste esperienze confermano che l’apprendimento per realizzarsi necessita non solo di un adeguato livello di competenze e di un esperto disciplinare, ma anche buona motivazione all’apprendimento, almeno sufficiente autostima, sentimenti di appartenenza e non di esclusione.
Avendo intuito quanto sopra alcuni insegnanti, per non rinunciare comunque ad occasioni di insegnamento almeno parzialmente individualizzato, hanno ritenuto opportuno creare piccoli gruppi di apprendimento. Questo è stato fatto in vari modi.
In alcuni casi sono stati riuniti pochi alunni o studenti con difficoltà di apprendimento di vario tipo appartenenti alla stessa classe o a più classi. Non mi soffermo su questa casistica: si tratta di una riedizione della classe speciale, come se nulla avesse insegnato la storia dell’integrazione italiana. L’esperienza mi dice che questa scelta è spesso dettata da una notevole deresponsabilizzazione degli insegnanti curriculari.
In altri casi sono stati messi assieme pochi alunni appartenenti alla stessa classe, compresi alcuni senza difficoltà. Questa situazione è migliore della precedente. Tuttavia mi chiedo: da chi sono seguiti? Dall’insegnante di sostegno? Se la risposta è positiva, restano ancora delle perplessità. Ci si può chiedere se si tratta di un modo mascherato di riproporre la logica della scuola speciale. Ben diversa sarebbe la situazione se l’insegnamento cooperativo e a piccoli gruppi fosse una prassi normale per tutta la classe, attuata da tutti gli insegnanti. Se così fosse, tuttavia, non troveremmo nel piccolo gruppo “fuori della classe” sempre e solo l’insegnante di sostegno.

A conclusione di queste riflessioni può essere opportuno sottolineare che apprendimento e integrazione (vedi Vianello, 1999) richiedono prioritariamente due condizioni:

  • coinvolgimento costante dei compagni di classe,
  • coinvolgimento coinvolgente di tutti gli insegnanti.


Questo può essere attuato più facilmente attraverso un Apri link interno nell'attuale finestra.insegnamento differenziato.

RV

 

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