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Domande e Risposte

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Cosa ne pensa degli interventi di chirurgia estetica?

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Cosa ne pensa degli interventi di chirurgia estetica?
Recenti episodi ripresi anche dalla televisione e dalla stampa hanno riproposto un tema argomento di discussione da molto tempo, soprattutto negli USA: sono opportuni interventi di chirurgia estetica, volti a ridurre (nel senso di normalizzare) i tratti tipici della sindrome di Down? Mi sembra opportuno cercare di pervenire ad una risposta non superficiale considerando vari elementi. Chi è favorevole probabilmente ha due motivazioni cruciali. La prima è rendere il volto del figlio o della figlia esteticamente più gradevole (nel senso di più rispondente ai canoni estetici delle persone). La seconda, più o meno consapevole, di ridurre eventuali reazioni di rifiuto. Si tratta di motivazioni in sé corrette. E' comunque opportuno  considerare eventuali aspetti negativi di una tale scelta.
Vorrei considerarne tre. 

  • Un primo aspetto che merita di essere sottolineato riguarda l’accettazione da parte dei coetanei.  Tale accettazione è favorita dalla presenza di tratti che evidenziano la diversità. È risaputo che per loro è più difficile accettare comportamenti non adeguati di chi sembra loro “normale”, che non di chi in modo evidente fa sospettare la presenza di disabilità e quindi ha bisogno di essere aiutato.
  • Consideriamo ora un secondo, più complesso, aspetto. Le persone con sindrome di Down possono raggiungere una adeguata qualità della vita se il loro processo di integrazione porta alla costruzione di due diverse identità sociali. La prima è quella che fa emergere ciò che li accomuna con tutte le persone, indipendentemente dalle loro disabilità. La seconda è quella che fa loro riconoscere di far parte di una categoria di persone (quelle con sindrome di Down, appunto), che hanno in comune qualcosa di particolare, di distintivo rispetto agli altri, con difficoltà e problemi specifici. Di norma questa seconda identità sociale è possibile solo se la prima è adeguatamente acquisita e si consolida soprattutto a partire dalla tarda adolescenza, frequentando altri ragazzi e adulti con sindrome di Down, ad esempio condividendo corsi volti al potenziamento delle loro capacità di adattamento e autonomia o esperienze di apprendimento di come si può vivere in un appartamento senza i genitori ed assieme a coetanei. Ho il forte sospetto che un volto modificato da interventi di chirurgia estetica non favorisca il costruirsi di questa seconda identità sociale. A ben riflettere può non favorire anche la prima forma di identità sociale, in quanto essa non consiste solo nella scoperta di ciò che accomuna l’individuo con sindrome di Down con tutti gli altri, ma anche nel comprendere che questo avviene riconoscendo contemporaneamente la propria individualità, caratterizzata anche da aspetti specifici (ad esempio il volto) non comuni a tutti gli altri.
  • Un terzo aspetto potenzialmente negativo può esserci nell’illusione dei genitori di eliminare i problemi psicologici e comportamentali eliminando alcuni tratti fisici. Su tale base essi possono alimentare aspettative di prestazioni dal proprio figlio o dalla propria figlia eccessive e quindi dannose.

    Detto questo mi pare che, al di là della scelta specifica se effettuare o no interventi di chirurgia estetica (comunque importante, come abbiamo visto), alla fine di queste riflessioni sia importante sottolineare che i genitori di persone con la sindrome di Down (e più in generale con disabilità) siano lasciati troppo soli di fronte a queste scelte. Purtroppo anche in Italia è troppo poco diffusa la consulenza sistematica e mirata volta ad aiutare queste famiglie. Ho il sospetto che un colloquio iniziato con un esperto (non occasionale) su questi problemi porterebbe ben presto a considerare altri problemi, più di base e cruciali, spesso centrati proprio sulle aspettative dei genitori. Non è facile avere aspettative adeguate (né troppo basse, né troppo alte) relativamente ai molteplici aspetti dello sviluppo del figlio: motorio, cognitivo, scolastico, comportamentale. Aiutiamo i genitori a conoscere ancor meglio il proprio figlio: cercheranno meno interventi miracolistici o palliativi.
    RV

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