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Esperienze di integrazione e storie di vita

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Testimonianza di una madre

Dagli Atti del seminario
Sindrome di Down, il Territorio: riflessioni a più voci
Ravenna 29 novembre 2007

"Testimonianza  di una madre"  dalla città di Trento
Marcella Maurina

Quella che mi accingo ad esporre è ben più che una riflessione sull’ormai lungo percorso scolastico di mia figlia: si configura come un bilancio di circa sedici anni di vita, dalla frequenza all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, poi la primaria, la secondaria di primo grado e infine la scuola secondaria di secondo grado, che Marta sta ultimando.

È la mia primogenita e ha la sindrome di Down: alle incertezze e ai dubbi che sempre accompagnano i percorsi e le scelte scolastiche dei figli, nel suo caso c’è stata fin dall’inizio l’ansia all’avvio di ogni anno scolastico, soprattutto nel passaggio da un ordine all’altro; e poi una serie infinita di momenti lieti e altri critici, o conflittuali,  gioie, sorprese, progressi e lunghe attese, delusioni, spesso disillusioni.

La sua storia scolastica è una serie ricchissima di incontri con compagni, insegnanti, dirigenti, bidelli, terapisti e specialisti di ogni ordine e grado; un bagaglio di visi, parole, racconti, frasi, discussioni, schemi, quaderni, ripasso e studio, poesie a memoria e cartelloni che a scuola e a casa hanno segnato la sua vita e la nostra, ogni giorno.

Molti sono stati gli episodi, i momenti, le  esperienze positive: quelle che danno fiducia, che rasserenano la famiglia che vede una bambina o una ragazza felice di sé e di quel che fa.

I ricordi del nido sono legati a tante fotografie, a nomi di bimbi ed educatrici ormai persi di vista, come quelli della scuola dell’infanzia: le attività pensate e strutturate con attenzione, competenza ed entusiasmo, gli ambienti accoglienti, “su misura”, gli amici con cui giocare, imparare e confrontarsi con serenità; le cuoche, le assistenti coinvolte nel gioco processo-educativo, capaci di contribuire con efficacia nella creazione di una rete di rapporti che ricordiamo tutti significativi. Ciò che rimane di quegli anni, benché filtrato e forse idealizzato (date le esperienze successive), è la grande fiducia nel futuro, un coinvolgimento profondo di tutte le figure (in primis le insegnanti) nel costruire un processo formativo ricco e sempre significativo, anche nei momenti o nei suoi elementi apparentemente più semplici. Questi ricordi, i nomi, le fotografie, sanno ancora regalarci bei momenti, quando ne parliamo insieme, sfogliando i “quadernoni”.

Il passaggio alla scuola elementare, preparato con la maggiore attenzione possibile, ha rivelato fin dai primi mesi le caratteristiche che, ripensandoci oggi, si sono rivelate come costanti nel percorso scolastico di Marta nella scuola pubblica:  interesse e disponibilità di alcuni insegnanti, creazione di occasioni di integrazione effettiva (per esempio semplificando i contenuti di alcune materie, che lei seguiva in classe), realizzazione di attività di laboratorio, uscite, momenti in cui davvero era un’alunna come gli altri, anzi, in cui diventava una risorsa per gli altri, facilitando lei le cose per i compagni. Purtroppo molto più spesso abbiamo verificato la sostituzione infinita di insegnanti di sostegno, l’esclusione dal gruppo, col pretesto di potenziare alcune materie lavorando da sola con l’insegnante, le ore passate in aule in solitudine, o all’esterno della scuola, per accompagnare qualche insegnante nelle sue commissioni.

 Lei ricorda con gioia la  mensa, i compagni con cui giocava, la palestra, le insegnanti, la segreteria. Ripensa con piacere alle tante ore passate fuori, in compagnia dell’insegnante di sostegno: per lei era un modo di lavorare più rassicurante, visto il vincolo di affetto che si creava regolarmente tra lei e queste figure. Ogni tanto qualche argomento veniva trattato in parallelo a quello che studiavano i compagni, ma era molto maggiore il tempo che Marta passava da sola con l’insegnante, in spazi diversi da quelli dell’aula.

Alla scuola media la situazione non cambia, la frase ricorrente era: “nell’interesse di Marta”, così era più il tempo che passava fuori, nell’aula cosiddetta “di sostegno”: lei ricorda la pizza, che faceva ogni settimana (avesse almeno imparato davvero a fare la pizza!), alcuni professori particolarmente affettuosi e simpatici, i quaderni  riempiti di nozioni e di compiti, le pause, passate quasi sempre a parlare con gli insegnanti. Momenti davvero belli erano le uscite, le gite e i viaggi di istruzione: lì davvero si stava tutti insieme e ci si divertiva.

La scelta della scuola secondaria, pur meditata, è stata un salto nel buio: non siamo stati davvero aiutati, indirizzati tra le varie realtà esistenti, direi che hanno semplicemente assecondato quella che sembrava una nostra intenzione verso una determinata scelta, quella che poteva rispondere meglio ai bisogni di nostra figlia.

Marta frequenta il quarto anno dell’Istituto d’Arte “A. Vittoria” a Trento: è inserita in una classe di ventitré  alunni, ma passa  poco tempo con i suoi compagni: per la precisione due ore il lunedì per un’ attività di laboratorio, due il martedì per un’altra (il gruppo classe è diviso a metà). Il mercoledì e il venerdì passa due ore in classe (storia e religione), ma dice di “fare le sue cose”, cioè occupa un banco e pensa ad altro. Io le ho chiesto: “E’ il tuo banco?” “No, - mi ha risposto – mi siedo dove c’è posto. Io non ho un banco mio”. Quando torna a casa leggiamo quello che ha scritto sul quaderno di brutta copia: racconta dell’estate, del campeggio in montagna con i suoi amici, ripetendo sempre le stesse cose, ossessivamente.

Questa organizzazione dell’orario e del lavoro degli insegnanti è stata fissata a inizio d’anno e ritengo che rimarrà tale sino alla fine:  le nostre richieste di genitori, i consigli e i suggerimenti dell’equipe sanitaria sono regolarmente disattesi, purtroppo in modo subdolo, anche se formalmente lecito (sarebbe meglio dire: coperto dalla burocrazia); gli insegnanti dichiarano di assolvere al loro compito nel migliore modo possibile.

Alla nostra richiesta di prendere visione della documentazione scritta, in particolare del Piano Educativo Individualizzato, ci è stato risposto che nulla è stato ancora predisposto, ci dicono: “abbiamo in mente qualche cosa”, perché il regolamento della scuola prevede che il termine ultimo sia la data dello scrutinio (perciò gennaio); ciò avveniva nella riunione del 16 novembre scorso.

 Alle nostre obiezioni circa una collaborazione più fattiva e trasparente tra la scuola e la famiglia, la sollecitazione dell’alunna all’autonomia, a sperimentarsi, a fare esperienze, la creazione di una reale integrazione nei vari momenti della vita scolastica, il coinvolgimento e il contatto con l’intero consiglio di classe, è stato risposto che sono cose difficili e che non tutti gli insegnanti manifestano disponibilità.

La redazione di un piano di lavoro che preveda, almeno per alcune materie, la semplificazione dei contenuti, l’effettuazione di prove di verifica adeguate, ma “vere”, costa certo fatica, ma è davvero qualificante: l’abbiamo visto di rado, in questi ultimi anni, forse solo con l’insegnante di scienze, che in un’occasione preparò un lavoro di biologia che poi fu presentato da Marta in classe.

Una considerazione finale: gli anni della scuola dovrebbero essere quelli in cui tutti siamo uguali  davvero, prima di intraprendere le diverse strade: per un ragazzo con handicap potrebbero costituire un lungo “tirocinio” con i coetanei, nelle varie occasioni dell’apprendimento, del gioco, dello svago, della formazione, con l’aiuto significativo delle figure degli educatori. Dalla mia esperienza, tuttavia, posso dire che  anche la scuola, come tutto il resto, è stata una gran fatica per Marta, un continuo rincorrere gli altri, assecondare le richieste altrui, soggiacere alle esigenze di questo o quel consiglio di classe, aprire tutti i giorni un portone che apparentemente la accoglieva, ma subito dopo la ricacciava in qualche “aula di sostegno” .

La parola che ho sentito ripetere più spesso, in questi anni, è “copertura”, con tutta l’area semantica annessa: sua figlia è “coperta” per un buon numero di ore, Marta ha un’ampia “copertura”, cercheremo di “coprire” le assenze degli insegnanti di sostegno con dei supplenti ...
Non sarà che per molti di questi insegnanti l’unica “copertura” è quella burocratica, che tutela sempre i loro interessi, prima di quelli dell’alunno disabile, al punto che la sua dignità di essere umano viene regolarmente calpestata?
Questa è la parola che dovrebbe comparire più spesso, di cui dovrebbe sostanziarsi ogni discorso, ogni riflessione, ogni documento sul tema: dignità.
“Maxima debetur puero reverentia”, al fanciullo si deve il massimo rispetto: se tutte le figure della scuola si attenessero davvero a questo principio, tanta sofferenza e tante umiliazioni sarebbero risparmiate ai ragazzi disabili e alle loro famiglie.

Novembre 2009
Quando ho comunicato a Marcella Maurina che, se era d’accordo, avrei inserito nel sito l’esperienza da lei raccontata nel  2007, mi ha inviato questa e-mail.

Desidero aggiungere una riflessione: Marta ha ora concluso il suo percorso scolastico, affrontando l'esame di maturità nel giugno  scorso.
E' stata un'esperienza intensa per lei e per noi: in quest'occasione le insegnanti di classe e l'assistente educatrice in particolare le hanno riservato un'attenzione e un appoggio davvero importanti.
Direi che nell'ultimo anno di scuola Marta è stata ben inserita  nella classe e ha così potuto concludere con tranquillità ed entusiasmo il suo ciclo di studi; il superamento delle prove scritte (accuratamente predisposte e preparate durante tutto l'anno), il colloquio davanti alla commissione, che si è concluso con i complimenti e una calorosa stretta di mano del presidente, sono stati per lei importantissimi.
Aggiungo che nella parte finale dell'anno scolastico Marta ha condotto un'esperienza di tirocinio presso la scuola materna che l'aveva accolta da piccolina: anche questa attività è stata preparata e attuata con dedizione da parte delle insegnanti e del personale, ed è risultata  particolarmente gradita a mia figlia.
Con queste parole intendo recuperare un po' dell'ottimismo e della fiducia che obiettivamente abbiamo riconquistato negli ultimi mesi  e che nel mio scritto sembrano mancare del tutto; semplicemente nell'ultimo anno scolastico si sono create quelle condizioni favorevoli che non sempre Marta ha incontrato: affiatamento e collaborazione tra gli insegnanti del consiglio di classe: competenza, sensibilità ed entusiasmo da parte degli insegnanti e degli assistenti, adesione più motivata e collaborativa di mia figlia al lavoro scolastico, condivisione dei progetti e degli obiettivi.

Desidero quindi esprimere un giudizio globalmente positivo sull'esperienza scolastica di mia figlia, che ha potuto frequentare la scuola come i suoi compagni e ha raggiunto un traguardo  importante nella sua vita. 
                      

 

 

 

 

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